La ricetta di Jeremy Rifkin contro il cambiamento climatico

Il cambiamento climatico ha molto a che fare con la vita quotidiana di ogni persona, in un legame di causa-effetto che non ha confini geopolitici. I modi in cui viviamo e ci nutriamo, produciamo e ci spostiamo hanno un impatto diretto sulla salute del pianeta Terra e dei suoi ospiti.

A parlarne è, nella VIDEO INTERVISTA realizzata pochi giorni fa dal giornalista Carlo Alberto Pratesi, Jeremy Rifkin. Si tratta di un’esclusiva del Barilla Center For Food and Nutrition, centro di pensiero multidisciplinare dedicato ai temi della nutrizione, nato a marzo 2009: puoi scoprire di cosa si tratta cliccando qui.

L’INTERVISTA


Jeremy Rifkin, fondatore e presidente della Foundation on Economic Trends (FOET) e presidente della Greenhouse Crisis Foundation, non ha dubbi: il crollo dell’economia globale, la crisi energetica e gli effetti sempre più evidenti del climate change ci spingono nell’occhio di un ciclone, che si affronta sia puntando verso una terza rivoluzione industriale, basata sull’uso di fonti energetiche rinnovabili, sia promuovendo una presa di coscienza che rafforzi la responsabilità individuale nei confronti dell’altro.

Fra gli argomenti individuati dal professore di Denver come centrali nella risoluzione del climate change vi sono quello agroalimentare e quello politico. Un modello di consumo alimentare più ecologico, con una drastica riduzione della carne, aiuterebbe, secondo Rifkin, a sanare il Pianeta. L’espansione degli allevamenti a livello mondiale, che sfruttano il 40% delle terre dedicate all’agricoltura per mantenere la propria crescita, è infatti la seconda causa del global warming dopo la dispersione energetica degli edifici e addirittura prima dell’inquinamento causato dai trasporti.

Diete a confronto

Un approccio culturale, prima ancora che politico, di stampo europeo potrà fare, poi, la differenza. “Sogno europeo significa, oggi, qualità della vita” spiega l’economista. “Il sogno americano, quello di frontiera, non è più attuale. Non possiamo permetterci sei miliardi di cowboy, ognuno a caccia del proprio personale tornaconto. Deve essere chiaro che il mio benessere dipende dal benessere dell’altro, dovunque si trovi. Il cambiamento parte dall’esempio europeo. E va compiuto nei prossimi vent’anni”.

  • Guarda l’intervista esclusiva a Jeremy Rifkin
  • Scopri cos’è il Barilla Center for Food and Nutrition
  • UN DEBITO ECOLOGICO GLOBALE: L’INDAGINE DEL CENTRO

    A indagare effetti e cause e a contribuire a proporre degli indirizzi d’intervento di fronte al fenomeno global warming è anche il nuovo POSITION PAPER (Cambiamento climatico, agricoltura e alimentazione) redatto dal Barilla Center for Food and Nutrition. Il documento, scritto da una Advisory Board che raccoglie importanti studiosi ed esperti dei settori energetico, ambientale, medico, economico e nutrizionistico, si concentra in particolare sul nesso tra il cambiamento climatico e il settore agroalimentare.

    È stato calcolato che alla Terra occorrono, oggi, un anno e quattro mesi per rigenerare le risorse consumate dall’uomo annualmente e per assorbirne i rifiuti. Tale debito ecologico rischia di diventare, senza cambiamenti di rotta significativi, ancora maggiore, con conseguenze gravissime.

    Gli scenari imposti dal global warming, evidenziati nell’ultimo rapporto dell’IPCC (2007), non lasciano dubbi sulla ricaduta che l’incremento complessivo delle temperature, lo scioglimento dei ghiacciai, l’innalzamento del livello dei mari nonché l’aumento della frequenza di fenomeni estremi come inondazioni e siccità avranno sugli ecosistemi, sulle popolazioni e sui settori economici che dipendono dalle condizioni climatiche di contesto. L’attività agricola, in particolare, è da un lato responsabile della produzione dei gas serra per una quota pari al 33% del totale delle emissioni annuali nel mondo, a causa delle attività relative all’allevamento, alla risicoltura e, in parte, alla fertilizzazione del suolo; dall’altro lato subisce, essa stessa, gli impatti negativi del cambiamento climatico: ne sono esempi la riduzione della produttività e l’incremento dei rischi legati alla sicurezza alimentare.

    Impronta ecologica Italia

    Tramite l’indicatore statistico d’impronta ecologica, l’Ecological Footprint, è stato possibile comprendere quanto l’uomo stia richiedendo, in termini di risorse naturali, al pianeta, in base a consumi e rifiuti prodotti e secondo un’unità calcolata in ettari di aree biologicamente produttive. I Paesi col più elevato E.F. pro capite sono gli Emirati Arabi e gli Stati Uniti; per l’Italia, che si trova in ventiquattresima posizione, l’impronta ecologica è equivalente a 4,76 ettari globali per persona, pari a più di sei campi di calcio.

  • Scarica integralmente il position paper Cambiamento climatico, agricoltura e alimentazione in italiano
  • Scarica integralmente il position paper Cambiamento climatico, agricoltura e alimentazione in inglese
  • SEI RACCOMANDAZIONI PRATICHE DAL BARILLA CENTER FOR FOOD AND NUTRITION

    A fronte di questo scenario, le raccomandazioni che vengono dal Barilla Center for Food and Nutrition, relativamente al climate change, sono, per uno sviluppo sostenibile in ambito agroalimentare, quelle di:

  • promuovere e diffondere l’impiego di indicatori di impatto ambientale oggettivi, semplici e comunicabili;
  • incoraggiare politiche economiche e sistemi di incentivi/disincentivi equi ed efficaci;
  • ri-localizzare le colture, ridurre l’incidenza dell’allevamento, salvaguardare il patrimonio forestale;
  • favorire l’innovazione tecnologica e promuovere tecniche di coltivazione sostenibili (best practice);
  • promuovere politiche di comunicazione trasparente (fino al green labelling);
  • promuovere stili di vita e alimentari ecosostenibili.
  • MULTIMEDIA

  • Intervista a Jeremy Rifkin
  • Position paper Cambiamento climatico, agricoltura e alimentazione
  • Position paper Water Management
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